Testimonianze Seconda Guerra Mondiale

Guerra a LanuvioBombardamentiSfollamentoDopo GuerraEroi Alleati

Lanuvio 1941 -  presumibilmente P.za C. Fontana, macerie dopo i bombardameti

 

Documento storico preziosissimo, raccontato dai diretti protagonisti. Questo lavoro, fatto negli anni 1996/1998, è frutto di un'intelligente ed intuitiva ricerca dei bambini della Scuola Elementare "Marianna Dionigi" di Lanuvio, coadiuvati dalla maestra Sabrina.

cartolina postale
Una cartolina dal fronte

 

fiori di divisione

Ho intervistato  mia nonna paterna, di nome Dina, che è nata il 2 marzo 1924, a Lanuvio e mi ha parlato della Seconda guerra mondiale:

In quel periodo (anno 1944) le abitazioni erano semplici, non c’era né il bagno, né l’acqua, che si doveva prendere alle fontane. Ricordo, però, che avevamo una grande radio che riusciva a captare Radio Londra, dalla quale ascoltavamo notizie della guerra.

        La piazza di Lanuvio era grande, selciata e c’era una grande chiesa vicino alla casa delle suore. Le strade erano strette, ci passavano soltanto i muli e qualche carrettino che trasportava l’uva dalla campagna alle cantine, per farne del vino da vendere a Roma.

        La periferia non era abitata, né illuminata; la campagna era coltivata a vigneti e uliveti e, tra i filari, venivano piantati fagioli, ceci, fave, patate, grano, aglio, cipolle, e così via. Viveva discretamente chi aveva un terreno da coltivare, chi, invece, era bracciante agricolo nei terreni altrui, viveva in povertà specie in estate perché nelle vigne non c’era lavoro fino ad ottobre, quando iniziava la vendemmia.

        Noi ragazzi giocavamo fino all’età di quattordici anni circa; i giochi con cui ci divertivamo erano: a campana, a battimuro, con i bottoni, a palla, a “tingolo” (nascondino) e, i maschi, anche a “salta montone”.

        Io sono andata a scuola fino all’età di dieci anni, ossia fino alla classe quinta.

        L’avvenimento, di quel periodo, che ricordo maggiormente è lo “Sbarco di Anzio”. Era il 22 gennaio del 1944, la notte si erano sentiti degli spari provenire dal mare. Mio padre, quella mattina, si doveva recare a Genzano a pagare le tasse, mentre io e mia sorella Angelina dovevamo andare dalla sarta, sempre a Genzano, per misurare l’abito da sposa perché mi sarei dovuta sposare il 20 febbraio (matrimonio che fu poi rimandato di dieci anni).

        Mio fratello e il mio fidanzato, quel giorno, andarono alla nostra vigna che si trovava vicino alla ferrovia di Campoleone; il tutto contro il parere di mia madre, che la notte precedente aveva sentito molti spari e riteneva fosse pericoloso andarci. Mentre stavano andando in campagna, incontrarono per strada persone  che, con delle pecore, scappavano verso Lanuvio e dicevano che, ad Anzio, erano sbarcati gli Americani (cosa che, poi, risultò vera). Poco dopo gli Americani bombardarono la linea ferroviaria sulla quale c’era un treno fermo. Forse credevano che sul quel treno fermo ci fossero i Tedeschi.

        Mio fratello ed il mio fidanzato, per poco non vennero colpiti dai bombardamenti; mentre scappavano rimasero impigliati al filo di ferro dei filari, a causa di un attrezzo che portavano alla cintola per appendere la sterra (spatola per togliere il fango dagli stivali). Fu una vera fortuna per loro perché, poco più avanti,caddero delle schegge di ferro che li avrebbero colpiti,  se non si fossero impigliati al filare. Tornarono a Lanuvio con il mulo perché il carretto era stato ricoperto dalla terra, a seguito dello scoppio.

        Il podestà dette ordine di sfollare ma noi non ce ne andammo perché avevamo le vigne, il vino, le nostre case, e non le volevamo lasciare. Ma il 20 febbraio, a causa di un altro bombardamento, durante il quale morirono circa duecento persone che si erano rifugiate nelle grotte di Lanuvio, decidemmo di abbandonare il paese e andammo a Roma, a casa di una mia sorella sposata. Portammo con noi grano, olio, fagioli, vestiti, biancheria e quanto più potevamo portare.

        Mio padre faceva la spola tra Roma e Lanuvio per prendere il vino che poi rivendeva ad un magazzino di Roma. In uno dei suoi viaggi, a Lanuvio, incontrò, nelle vicinanze della sua cantina, un gruppo di Tedeschi che cercava qualcosa da bere e, precisamente il “punch”. Mio padre, impaurito, non capiva il significato di questa parola e offrì loro del vino caldo, sperando che fosse la bevanda da loro richiesta. Il vino fu di loro gradimento anche perché mio padre era un maestro nel vinificare. Gli aveva offerto un vino di ottima qualità, il moscato.

        Forse quei ragazzi, infreddoliti, bevvero più del dovuto perché, quando uscirono dalla cantina, barcollavano ed uno di loro dimenticò un cannocchiale che io custodisco ancora gelosamente.

        Restammo per cinque anni a Roma perché mio padre aprì una rivendita di vino ed olio.

        Tornammo a Lanuvio nel 1950, quando già Lanuvio era in parte ricostruita.

(Testimonianza raccolta da Giorgia)

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Ho intervistato una signora di nome Giuseppina Cocco, nata il 22 agosto 1932 a Boville Ernica in provincia di Frosinone, ora vive a Lanuvio. Mi ha parlato della Seconda guerra mondiale, mi ha descritto il suo paese in quel periodo:

Le abitazioni non erano abbastanza resistenti, le piazze erano state distrutte, le strade erano in pessime condizioni da quando c’erano i Tedeschi, la periferia era distrutta e la campagna era poco abitata”.

Le ho poi chiesto di raccontarmi qualcosa degli abitanti e lei mi ha detto:

”La gente non aveva cibo a sufficienza e, per questo motivo, molte persone morivano di fame. Si lavorava nei campi, nelle botteghe artigiane o nelle piccole industrie. I bambini giocavano a campana e con la corda; frequentavano la scuola fino alla terza elementare”.

Improvvisamente, la signora ricorda il giorno quando i Tedeschi arrivarono nella sua abitazione:

    
“Mia nonna Angela disse ad uno dei soldati di andarsene perché io ero molto piccola, non avevo più una madre e mio padre era in guerra. I Tedeschi, sentendo le parole della nonna, ci diedero un pezzo di pane e se ne andarono. Fu un gesto gentile da parte loro
”.

(Testimonianza raccolta da Emanuela)

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Ho chiesto a Mirella, una amica di mia madre, nata il 29 maggio del 1935, quale periodo storico ricorda maggiormente e lei mi ha risposto : “La Seconda guerra mondiale”. Così inizia a parlare:

        In quel periodo vivevo a Lanuvio perché i miei genitori lavoravano all’ufficio postale. Ricordo che quando è iniziata la guerra  ero una bambina e, come la maggior parte delle persone, abitavo nelle grotte per ripararmi dai bombardamenti e  trovare un po’ di cibo.
         Le strade erano piene di Tedeschi e di carri armati.
In quel periodo non si svolgevano lavori, si cercava solo di sopravvivere.
Ricordo che sotto le grotte, per far contenti i bambini, cucinavano le patate fritte. Le friggevano con il grasso delle pecore, il sapore delle patate era, quindi, strano, anche perché non c’era il sale.
Spesso i bambini erano incoscienti, scappavano dalla sorveglianza dei genitori, rischiando così la vita.

        L’avvenimento che ricordo maggiormente è il bombardamento del 17 febbraio, perché una bomba colpì la grotta dove ci trovavamo. La grotta si trovava alla Maddalena e l’ingresso era quello dove oggi c’è la banca. Questa grotta apparteneva allo zio Peppe.
       Quando ci fu il bombardamento rimasi intrappolata nella grotta perché il soffitto era caduto, chiudendo l’uscita. Mi salvai perché mio zio, che conosceva bene la sua grotta, ci ha portati ad un’altra uscita.

        Non dimenticherò mai quello che vidi una volta uscita, il paese era un immenso “cratere”, era quasi tutto distrutto; vicino a me un cavallo e un Tedesco morti. Che impressione!

        Per ricostruire Lanuvio c’è voluto tanto coraggio, tanta forza e tanta fatica.

(Testimonianza raccolta da Punam)

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Ho la fortuna di intervistare la mia bisnonna, di nome Altavilla, nata il 17 settembre 1919 a Velletri.
Non ricorda, (perché troppo piccola in quegli anni) la Prima guerra mondiale, ma non potrà mai dimenticare la Seconda.
Inizia così a raccontare:

        In quel periodo, insieme ad altre tre famiglie, ci trasferimmo a Rocca Priora. Vivevamo in una cantina di un conoscente. Eravamo stati costretti a lasciare Velletri, perché vivevamo vicino la ferrovia, una zona ad alto rischio di bombardamenti.

        Molte case, a causa di questi, erano state distrutte e, tra le macerie, c’erano corpi di uomini morti.
Anche la nostra casa era stata distrutta da una bomba.

        In quel periodo si viveva molto male perché c’era tanta povertà, mio marito lavorava tutto il giorno, in campagna, per sole 5 lire.

        I bambini delle famiglie più ricche andavano a scuola fino alle superiori o all’università; per gli altri, era già tanto arrivare alla quinta elementare.

        Molti ragazzi che non andavano a scuola, aiutavano i genitori in campagna, i più piccoli giocavano con bambole di stoffa o a mazza e pirolo.

        C’è un giorno che non dimenticherò mai, quello in cui, costretti a sfollare verso Rocca Priora, sulla Via dei Laghi, incontrammo una pattuglia tedesca che tentò di togliermi mia figlia, perché era bionda e con gli occhi azzurri e, quindi, secondo loro era Tedesca.

        Alla fine, dopo tanta paura, si rassegnarono e se ne andarono.” 

(Testimonianza raccolta da Paolo)

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Sono andata da mio nonno a chiedere informazioni sulla Seconda guerra mondiale, perché sapevo che avrebbe avuto molto da raccontarmi. Ha iniziato così a parlare:

        In quel periodo vivevo a Lanuvio, avevo 14 anni, ho passato molto tempo nelle grotte per sfuggire i bombardamenti aerei. Molte case, tra cui quella dove abitava la mia famiglia (dietro la chiesa di S. Maria Maggiore), erano diventate cumuli di macerie, dopo le incursioni aeree americane.

        Dopo lo sbarco ad Anzio, gli Americani bombardavano e distruggevano tutto ciò che trovavano, con la speranza di colpire le truppe tedesche che si ritiravano.

        Dopo il bombardamento del 17 febbraio 1944, da parte degli Alleati (quel giorno ci furono più di 100 morti), molti Lanuvini che avevano parenti a Roma, si allontanarono dal paese; gli altri continuarono a vivere nelle grotte fino al mese di maggio, quando i Tedeschi ci deportarono tutti nel campo degli sfollati della Breda, a Roma.

        Da qui alcuni sono riusciti a fuggire, altri sono stati deportati nei campi di concentramento in Germania e in Polonia.

        Ricordo che, prima di abbandonare Lanuvio, mio padre e mia madre caricarono sul mulo qualche sacchetto di fagioli e ceci, che mangiammo durante la nostra permanenza alla Breda.

Il nostro mulo non sopravvisse, però, molto, perché al nostro arrivo al campo, fu preso, ucciso e mangiato dalla gente affamata, che era lì da tempo.

        Lì incontrammo gente di Cassino che era nel campo da molto tempo e non aveva nulla da mangiare. Quando mia madre preparava i fagioli e tagliava un pezzo di pane per noi figli (eravamo in nove), c’erano bambini che venivano a raccogliere le briciole per terra.

        Nel giugno del 1944, finalmente arrivarono gli Americani, questo voleva dire riacquistare la libertà e tornare al nostro paese.

        Quando tornammo a Lanuvio, davanti ai nostri occhi, un paese completamente distrutto, erano poche le abitazioni ancora in piedi. Si tornò, quindi, a vivere nelle grotte o nelle baracche in campagna, fino a che Lanuvio non venne ricostruita”.

(Testimonianza raccolta da Silvia)

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Ho intervistato mia nonna materna di nome Augusta, nata il 21 novembre 1926. In quel periodo viveva a Serrone, un paese in provincia di Frosinone.

       Ricordo che, nei tempi della mia adolescenza, la strada era sterrata, polverosa, senza asfalto. La piazza era misera e senza panchine, si incontravano pochissime persone.

        Le campagne erano molto coltivate: c’era granoturco, grano, ortaggi, frutta e vite.

        Le case erano squallide, d’inverno era molto freddo; nelle case non c’era più di una stanza e si dormiva in un unico letto, si stava stretti. I muri erano grezzi, senza tinta alle pareti.

        La gente lavorava la campagna e allevava il bestiame.

        Nel mio paese i bambini giocavano con l’altalena, fatta con semplici corde legate agli alberi; con palline, a battimuro, a nascondino, ad acchiapparella, oppure impastavano la terra con l’acqua, si divertivano, inoltre, a fare la polenta.

         Sono andata a scuola fino a nove anni perché dovevo lavorare. Proprio nel periodo della guerra ricordo che scappavamo perché bombardavano, e correvamo ai rifugi. Una volta scampai per poco ad una bomba che scoppiò proprio vicino a me, avevo in braccio mio fratello.

        Ricordo inoltre, un giorno, quando i Tedeschi mi puntarono un fucile addosso perché volevano il mio asino.

        Una volta, negli ultimi giorni di guerra, mia madre mi nascose sotto una coperta, perché i Tedeschi stavano scappando e prendevano con loro gli uomini ed anche le ragazze.

        Devo dire che chi non ha visto la guerra, non ha visto niente!” 

(Testimonianza raccolta da Daila)

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Sono andato a trovare la mamma di un’amica di mia madre, nata a Foggia nel 1920.
Mi ha raccontato la situazione difficile che ha vissuto durante la Seconda guerra mondiale.

       A quei tempi le case erano molto piccole, senza servizi igienici, con un’unica grande stanza dove vi abitavano anche una decina di persone.

        La vita era molto difficile, gli uomini, le donne e anche i bambini andavano a lavorare nei campi, quindi la maggior parte della gente era analfabeta.

        Quando si andava nei campi ci si rimaneva anche per settimane, senza tornare a casa; per mangiare ci si portava solo un po’ di pane.

        Quando si stava a casa si preparava la pasta con acqua, sale e farina; la carne si mangiava solo raramente, soprattutto durante le feste.

        Ci si vestiva sempre allo stesso modo e ci si cambiava solo la domenica, per andare a messa.

        Quando i Tedeschi arrivarono in Italia, passarono in ogni paese, entrando in tutte le case. Prendevano il cibo e i vestiti, lasciando le famiglie, già povere, senza niente per vivere.

        Quando cominciò la guerra moltissime persone vennero chiamate a combattere e rimasero lì per anni, senza vedere la propria famiglia. Purtroppo molti familiari non tornarono più a casa.

        In quel periodo i fratelli maggiori dovevano crescere i più piccoli, come se fossero i loro genitori.

         Ricordo con molto dolore quegli anni della mia vita”.

(Testimonianza raccolta da Jacopo)

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Ho intervistato due amici di mio padre: Salvatore e Giuliana. Queste persone mi hanno parlato della Seconda guerra mondiale. E’ Salvatore che parla:

        “In quel periodo vivevo a Roma perché, a causa dei bombardamenti, eravamo stati costretti a sfollare.

        La situazione di Lanuvio e della periferia era molto grave, non si poteva camminare perché c’erano le macerie che arrivavano fino a tre metri di altezza.

         Gli abitanti vivevano in povertà perché tutto era stato distrutto dai bombardamenti e si aveva paura di uscire dai rifugi per cercare del cibo.

        La maggior parte delle persone era contadina, anche se c’era chi aveva dei locali e svolgeva in proprio il lavoro.

        I bambini giocavano a nascondino, a tingolo tangolo, a mazza e pirolo e a campana.
La maggior parte frequentava la scuola fino alla terza elementare e solo i più ricchi potevano seguitare alle scuole superiori e all’università.

        Ricordo con grande paura un episodio in particolare; un giorno, all’improvviso, arrivarono i Tedeschi che occuparono tutta la piazza con camion, jeep e  carri armati. Entrarono nel nostro bar e chiesero vino a volontà fino ad ubriacarsi e distruggermi il locale. Quando il vino finì presero mio padre e lo portarono sotto la grotta per accertarsi se il vino era finito realmente. Il vino non era finito ma stava dentro un cunicolo ben nascosto e i Tedeschi erano troppo ubriachi per vederlo.

        Se ne andarono, così, litigando tra loro e senza pagare”.

(Testimonianza raccolta da Fabio)

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Mia nonna ricorda che, nel periodo della seconda guerra mondiale, la città di Lanuvio era distrutta e gli abitanti vivevano da sfollati nelle grotte.

        C’erano morti ovunque e si viveva in grande povertà, con la paura del brigantaggio: i delinquenti rubavano ovunque, soprattutto nelle case abbandonate e nei negozi.

        I bambini, in quel periodo, non andavano a scuola e, anche dopo la guerra, finivano solo la quinta elementare. Inoltre, non cercavano nemmeno di giocare, avevano solo una gran paura.

        Mia nonna, in età piccolissima, si ricorda dei Tedeschi dei quali era terrorizzata e, piangendo istericamente, diceva a suo padre: “Dài cinque lire ai Carabinieri, così non bombardano più!”.

        Si viveva rifugiati nelle grotte con materassi di crine per dormire; c’era molta umidità. La grotta si trova, tuttora, di fronte al Comune.

(Testimonianza raccolta da Federica)

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Sono andato al Centro anziani di Lanuvio a cercare testimonianze sulla Seconda guerra mondiale.
Questo è quello che ho raccolto……

         La signora Maria ricorda che dormiva nelle grotte insieme alla sua famiglia. Dentro queste grotte ci sono state molte vittime. Dopo un po’ di tempo sono stati costretti a sfollare a Roma dove sono rimasti fino alla fine della guerra.

        Ho intervistato la signora Dina che era molto piccola durante il periodo della guerra. Ricorda soltanto che durante lo sbarco degli Americani ad Anzio, le sirene suonavano molto forte mentre tutti scappavano sotto le grotte.

(Testimonianze raccolta da Niccolò)

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Mio nonno, di nome Arcangelo, è nato il 6 giugno 1932 e così ho pensato potesse ricordare bene la Seconda guerra mondiale.  Infatti, mi è stato di grande aiuto, ecco cosa mi ha raccontato:

In quegli anni vivevo a Genzano; le strade erano tutte rotte, le piazze vuote, la gente era molto povera, erano poche le macchine che giravano.

Lo Stato non poteva mantenere i cittadini e così venne inventata una tessera con cui i cittadini potevano andare a prendere il cibo sufficiente per vivere. Ogni giorno, con un barattolo di latta andavo dai Tedeschi a chiedere da mangiare.

In pochi frequentavano la scuola fino alla quinta elementare, perché i genitori non potevano permettersi di pagare i libri.

Ricordo un giorno, mentre stavo andando a prendere l’acqua, una jeep americana mi tagliò la strada, caddi per terra ma, per fortuna, non mi feci nulla di serio.

Quel giorno mi presi un bello spavento.

(Testimonianza raccolta Joshua)

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Ho intervistato mio nonno paterno di nome  Romeo, che è nato il 27 aprile 1931.
Mi ha parlato della Seconda guerra mondiale. Il suo racconto è iniziato così:

In quel periodo vivevo a Segni, una cittadina montana della provincia di Roma, abitavo nel centro storico, dove le abitazioni erano di piccole dimensioni. Le strade erano molto strette con pendenze molto accentuate, alcune delle quali erano fatte di gradoni. La periferia era un’area recintata da mura ciclopiche chiamate “Mura saracene”.

        La campagna era scoscesa e il paesaggio era caratterizzato da un bosco di castagni molto bello.

        Gli abitanti erano molto cordiali, la comunità era povera. I redditi delle famiglie derivavano dal raccolto di castagne, gli altri lavori consistevano in: piccoli allevamenti di bestiame domestico (galline, conigli, ecc.); molte persone lavoravano nella fabbrica di armi a Colleferro o nella trasformazione della pietra calcarea in cemento.

        I bambini giocavano a pallone con palle di pezza, a battimuro, a nascondino, a “piccolo”, a mazza e pirolo.

        Andai a scuola fino all’età di undici anni (fino alla quinta elementare).

        Un avvenimento che ricordo particolarmente è stato quando ci fu il bombardamento da parte delle truppe alleate, destinato a colpire la fabbrica di Colleferro e la linea ferroviaria Roma-Cassino. Invece, sfortunatamente, centrò la città di Segni e colpì la nostra abitazione, nella quale, per fortuna, non c’era nessuno.

        Mio padre stava male, ma quella mattina uscì per fare una passeggiata. Mia madre, che era a Lanuvio, era preoccupata, così ci precipitammo a Segni. Della casa era rimasto un armadio della camera da letto; erano morti due vecchietti che stavano facendo colazione davanti al caminetto.

        Un altro fatto che mi è rimasto impresso è stato quando la mattina del 21 gennaio 1944, dallo zio Alfonso, apprendemmo dell’avvenuto sbarco ad Anzio, ”La guerra è finita” disse, “tra una settimana gli Americani sono a Roma”.
Furono le ultime parole famose. Gli Americani impiegarono circa un anno per liberare Roma dall’occupazione nazista e per dichiarare, almeno nell’Italia centrale, la fine della guerra".

(Testimonianza raccolta da Flavia)

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Era il 17 febbraio 1944 e avevo sei anni, verso sera, stavo sul balcone della mia casa, a Lanuvio. La casa si trovava nella zona di Borgo San Giovanni, a sud del paese, fuori dalle mura medievali. Da quel punto la collina scende rapidamente, subito dopo le case c’erano orti, vigneti, uliveti e più in basso, canneti e boschetti di querce di castagni.

        Il cielo era limpido e il mare sembrava più vicino di quanto fosse realmente. Ed era proprio il mare che stavo osservando, perché c’era una lunga fila di navi, ben visibili, nonostante la distanza.

        Ad un tratto dalle navi si levarono dei lampi abbaglianti che io interpretai come fuochi di artificio. Ma subito dopo si udirono dei sibili seguiti immediatamente da scoppi fortissimi. La fila delle case accanto alla mia saltò in aria (in seguito venni a sapere che c’erano stati tanti morti).

        Mio padre mi prese in braccio e corse verso la porta di casa, chiamando a voce alta mia madre che, a sua volta, correva verso l’uscita con in braccio mio fratello più piccolo.

        Andammo a rifugiarci nella grotta di mio nonno, che si trovava poco distante e qui trovammo altre persone che ci avevano preceduto.

        Le esplosioni continuarono ancora per molto tempo e la terra tremò come se ci fosse il terremoto.

        Un’ esplosione più forte, perché più vicina, provocò uno spostamento d’aria che ci scaraventò contro le pareti della grotta e spense i lumi a petrolio e le candele con le quali ci facevamo luce. Ci fu un caos indescrivibile, con le donne che urlavano e i bambini che piangevano disperati.

        Qualcuno riaccese le candele e questo riportò un po’ di calma, ma poco dopo ci accorgemmo che l’esplosione aveva distrutto l’uscita. La gente fu di nuovo in preda al panico. Di ossigeno non ce ne era per molto tempo. Chi piangeva, chi urlava, chi era rimasto immobile, chi pregava. Alla fine con pale e picconi, gli uomini riuscirono ad aprire un varco sotto la volta dell’arco che era crollata e, attraverso quel varco, uscimmo, a gran fatica, tra le terra che tremava e il rombo assordante delle bombe.

        Quel giorno si scatenò l’offensiva degli Alleati che erano sbarcati ad Anzio, per chiudere in una tenaglia le truppe tedesche arroccate a Monte Cassino.

        In mezzo a quella tenaglia, si trovavano, purtroppo, i Castelli Romani e soprattutto Lanuvio, che era più esposta degli altri, data la sua posizione protesa verso il mare.

        I bombardamenti navali ed aerei di quel giorno, distrussero gran parte delle abitazioni del paese. Ma di bombardamenti ce ne erano stati anche prima, per opera degli aerei americani che si levavano in volo dagli aeroporti africani.

        A Lanuvio, infatti, i Tedeschi avevano stabilito il loro quartiere generale; da qui dominavano la pianura fino al mare di  Anzio dove c’erano appunto le truppe alleate.

        L’occupazione tedesca era stata molto dura per i Lanuvini. I soldati mettevano paura, girando armati fino ai denti: fucili mitragliatori, pugnali e bombe a mano infilate negli stivali e nei cinturoni. Prendevano uomini e ragazzi per fargli scavare le trincee; sfondavano le porte delle case e si impadronivano di tutto quello che trovavano da mangiare ed anche di altre cose.

        Il cibo scarseggiava e si pativa la fame. Ma un giorno accadde un fatto che permise ai Lanuvini di riempirsi la pancia. Verso Aprilia si vide alzare un polverone; si pensò che gli Americani avessero sfondato il fronte e stessero avanzando. Poi però ci si accorse che migliaia di pecore, buoi e cavalli, correvano impazziti verso Lanuvio, risalendo in intere mandrie le pendici della collina. Per la gente del paese fu una vera festa e tutti corsero incontro agli animali per catturarli. Per molti giorni non si fece altro che mangiare arrosto di pecora. Quelle povere bestie appartenenti agli allevamenti di Marzicola, erano state spinte dagli Americani sui campi minati dai Tedeschi, per aprire dei varchi.

        Quelle che sfuggivano alla cattura, tornavano indietro finendo di nuovo sulle mine.

      Il bombardamento del 17 febbraio fu terribile per Lanuvio, tanta gente che si era rifugiata nelle grotte non ne uscì.

        Uno degli episodi più tragici fu causato da una bomba che cadde sulla strada davanti al Municipio e che fece saltare la conduttura dell’acqua. Accanto c’era una grotta dove si erano rifugiate tante famiglie.

L’acqua si riversò impetuosamente all’interno della grotta, che nel frattempo era diventata una trappola mortale, perché un’altra bomba aveva causato il crollo dell’uscita. Molti morirono annegati, altri chiedevano aiuto. Tanta gente accorse con pale e picconi per liberare i superstiti. Arrivarono anche i pompieri da Velletri, ma i Tedeschi erano impazienti, volevano chiudere il buco per far passare i carri armati. Così fecero e le grida cessarono. Appena usciti dalla grotta di mio nonno, arrivarono subito dei soldati e ci radunarono con altre persone. Un ufficiale, che parlava italiano, ci disse che dovevamo abbandonare il paese, di preparaci per la partenza e di prendere con noi poche cose.

Rientrammo in casa mentre, nel frattempo, c’era stata un pausa dei bombardamenti, preparammo in fretta la valigie.

        Prima di uscire i miei genitori si fermarono a guardare, con le lacrime agli occhi, la casa per l’ultima volta che venne poi completamente distrutta. Quindi chiusero la porta e uscimmo sulla strada dove c’era già tanta gente, fra cui molti dei miei parenti. Mio nonno aveva un mulo sulla cui groppa caricammo quante più cose potemmo, tanto che alla povera bestia si piegavano le zampe. Furono poi costretti ad alleggerirgli il carico così che molte cose restarono sulla strada, non essendo possibile portarsele dietro.

        Era quasi mezzanotte quando ci mettemmo in marcia. Partimmo dalla piazza del paese raggiungendo l’Appia e ci avviammo verso Roma. Superata Genzano, i bombardamenti ricominciarono. Lungo la strada incontrammo altri gruppi di sfollati che si unirono a noi. Si formò così una fila che si allungava sempre di più.

        Eravamo costretti a camminare vicino ai bordi delle strade, perché c’era un intenso e frenetico traffico di carri armati, camions e macchine dei Tedeschi, nelle due direzioni.

        Ogni tanto si incontravano cadaveri di soldati e di civili gettati nelle cunette per liberare la strada. I soldati ci incitavano a camminare più in fretta, urlando e minacciandoci con pistole e fucili, tanto da farci quasi correre. In questo modo alle prime luci dell’alba arrivammo alle porte di Roma, nella zona dell’Alberone. Qui ci fermammo perché fummo ospitati nella casa di un nostra parente. Gli altri proseguirono per altre direzioni. Dopo pochi giorni, però, ci trasferimmo in una casa vicino alla stazione Termini, che ci era stata assegnata dalle Ferrovie dello Stato, nelle quali mio padre lavorava. In quella casa, che era molto grande, ospitammo altri parenti che rimasero con noi per molti mesi, fino alla fine della guerra, quando tornammo a Lanuvio”.  

(Testimonianza raccolta da Matteo F.)

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Ho intervistato una signora che si chiama Maria, mi ha detto che ricorda poco della Seconda guerra mondiale, perché era molto piccola .

Siamo stati costretti a sfollare a Roma per la gran fame e tutto il disastro procurato dai Tedeschi. C’era molta fame, pochi soldi e tanti morti.

        I briganti andavano e venivano; anche mio fratello qualche volta era costretto a rubare, ma solo per il cibo e mai per i soldi. Per avere un pezzo di pane si faceva una tessera  per ogni famiglia.

        Lanuvio era completamente distrutta, quasi rasa al suolo. Non c’era una casa in piedi, solo qualche muro che aveva resistito ai bombardamenti..

        La maggior parte delle persone viveva in povertà e si facevano lavori dai quali si ricavava ben poco, come il contadino, il muratore ed altro.

        Ricordo che molto spesso passavano i camion dei Tedeschi che facevano sfollare le povere persone.

        Io non sono andata a scuola perché lavoravo, però di norma la scuola si frequentava fino alla quinta elementare. Non avevo il privilegio di comprarmi i giocattoli e così me li costruivo da sola; talvolta giocavo con i miei amici a battimuro, a mazza e pirolo e con le bambole".

(Testimonianza raccolta da Marika)

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Ho chiesto a mio nonno Gaspare, nato il 14 aprile del 1927 a Lanuvio, cosa ricordava della Seconda guerra mondiale.

        “In quel periodo vivevamo a Lanuvio e la guerra si fece sentire subito, non solo al centro del paese, ma anche nella periferia. In paese gli abitanti vivevano una vita semplice e si concedevano solo qualche svago. Si viveva in povertà e si lavorava soprattutto nell’agricoltura. Si andava a scuola fino all’età di 10 anni.

        Un giorno, il frastuono di un bombardamento si sentì dal mare fino a Lanuvio. Da quel giorno ci stabilimmo nelle grotte, ma anche lì avevamo tanta paura”.

(Testimonianza raccolta da Claudia)

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Sono andato a intervistare la signora Rosaria, nata a Lanuvio il 28 luglio 1929.

       Nel periodo della guerra vivevano tutti in piazza della Maddalena, lavoravano in campagna senza riuscire a guadagnare molto.
     I bambini frequentavano la scuola fino alla terza elementare e si divertivano a giocare a tingolo.

        Ricordo che, quando arrivarono i Tedeschi, tutti avevamo una gran paura perché ad una nostra amica avevano ucciso un parente.

        Ci rifugiammo nelle grotte, mentre bombardavano il paese e rimanemmo lì per molti mesi”. 

(Testimonianza raccolta da Daniele)

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Mia madre mi ha raccontato che, durante la Seconda guerra mondiale, la vita era molto dura. Mi ha parlato della vita di mia nonna Nella, nata nel 1929 e che, in quel periodo, viveva a Rocca di Papa.

       Davanti la sua casa c’era un piccolo orto con tante galline, mangiava spesso le patate cotte alla brace, la zuppa, la polenta e il grasso degli animali.

        Le persone che non avevano l’orto mangiavano pochissimo e lavoravano molto, per guadagnare solo una minestra calda al giorno.

        Quando iniziò la guerra, mia madre aveva 11 anni e, quasi tutti i giorni, sentiva il suono di una sirena che comunicava a tutti il pericolo. La gente così correva a rifugiarsi sotto le cantine.

        Un giorno a casa di mio nonno arrivarono due grandi camion pieni di Tedeschi, mio nonno gli diede da mangiare. Mia madre si avvicinò a quei camion per sbirciare cosa c’era dentro, quando si affacciò vide delle persone morte, probabilmente in guerra.

        Quando la guerra finì, mio nonno, andò a lavorare in un ristorante dove riusciva a guadagnare bene”.

(Testimonianza raccolta da Gabriele)

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Mio nonno Francesco, nato il 6 luglio 1921, durante il periodo della Seconda guerra mondiale, viveva a Piccilli, un piccolo paese agricolo nella provincia di Caserta, dove si viveva prevalentemente con i prodotti della terra.

       All’età di 20 anni mi arruolai nell’arma dei Carabinieri; dopo sei mesi di corso a Roma, in viale Giulio Cesare, venni a sapere che ero stato promosso Carabiniere a piedi e che mi dovevo trasferire a Napoli.

        Dopo altri sei mesi di servizio a Napoli, fui trasferito direttamente presso il IX battaglione dei Carabinieri, dislocato in Dalmazia, precisamente nella città di Spalato.

        Dopo poco tempo che mi trovavo lì, arrivarono le truppe tedesche che mi fecero prigioniero e mi condussero a Biacce.

        Dopo la sconfitta della Germania, fui abbandonato in provincia di Graz. Qualche giorno dopo arrivarono le truppe russe che mi portarono, prima a Vienna e poi a Budapest, facendomi fare 500 chilometri a piedi.

        All’arrivo degli Americani tornai a Napoli dove fui assegnato alla prima categoria. Dopo due mesi di licenza fruita nel mio paese natale, con i miei familiari, partii per Bologna e da lì a Roma, dove fui collocato in congedo il 26 giugno del 1976”.

(Testimonianza raccolta da Gioele)

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Sono andata a trovare una signora di nome Angelina, nata il 19 gennaio 1915, ed è stata molto disponibile a parlarmi della Seconda guerra mondiale. Ascoltiamo il suo racconto…

       Dopo il bombardamento, la casa e i mobili nuovi che mi avevano regalato per il matrimonio, erano stati distrutti dalla guerra e bruciati dalla gente, per riscaldarsi. Le tazzine di porcellana erano andate distrutte.

        Prima della guerra, Lanuvio era piena di vigneti e orti, ma quando iniziò il conflitto, i carri armati distrussero tutto.

        Vivevamo quasi tutti nelle grotte, io mi ero nascosta in una grotta alla Maddalena; alcuni amici avevano scavato un fosso, sotto un carro armato abbandonato, lì c’era l’entrata alla grotta.

        In quel periodo ho sofferto la fame, come la maggior parte della popolazione, se non ci fosse stata la tessera, non avrei avuto nemmeno il pane per mangiare.

        Durante la guerra, non lavorava nessuno; solo quando terminò, la gente ricominciò ad andare per i campi.

        Prima della guerra i bambini giocavano contenti, a corda, ad acchiapparella, a bottone (si staccavano i bottoni delle federe e si giocava a tirarli il più lontano possibile), a mazza e pirolo.

        A quel tempo si andava a scuola fino alla quinta elementare, ma io ho finito la scuola a sette anni.

        Ricordo che, quando bombardavano, le cannonate sparate dal mare arrivavano fino a dove, oggi, c’è la scuola elementare “M.Colonna”.

        Lo sbarco di Anzio l’ ho visto, addirittura dal fosso, perché dalla grotta non si poteva uscire.

        Il cibo non si trovava facilmente e quel poco che c’era, ci veniva rubato dai Tedeschi. Il loro comando era sulla Colonia.

        Era il periodo dell’armistizio, mio cugino Marcello era in licenza, doveva andare al Colosseo dal comandante; aveva molta paura di incontrare i Tedeschi che tentavano di scappare e per paura, uccidevano chiunque incontrassero sulla loro strada.     

        Avevo tre fratelli, quello più grande  litigò con alcuni Tedeschi perché gli avevano preso del vino. Fu picchiato a sangue e costretto a fuggire.

        Da Lanuvio sono andata, a piedi, fino a Roma. Con mia sorella ci rifugiammo da alcuni parenti. Ogni mattina, affacciandomi alla finestra, vedevo passare militari feriti catturati dai Tedeschi

(Testimonianza raccolta da Giordana)

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Mia nonna è nata a Lanuvio il 5 dicembre del 1916.

       In tempo di guerra abitavo in una casa che aveva quattro anni, con mio marito e due figli. Nel gennaio del 1942 mio marito fu chiamato alle armi e mandato in Sardegna. Mi ritrovai sola con due figli.

        Quando bombardavano, una famiglia, che mi abitava vicino, correva sempre in mio aiuto, portando i miei due figli nelle grotte.

        Un giorno mio figlio si ammalò e così mio marito fu mandato in licenza per cinque giorni. Finita la licenza lo accompagnai a Civitavecchia, poiché da lì ci si doveva imbarcare per la Sardegna. Proprio quel giorno fu firmato l’armistizio  e così non partì più. Si vestì da borghese e si mise in cammino verso casa, passando per boschi e vigne, per paura che lo prendessero i Tedeschi. A mezzogiorno era ritornato a casa.

        Durante i bombardamenti ci eravamo rifugiati in una grotta con un’altra famiglia. Dopo qualche giorno che stavamo lì, una bomba colpì la grotta dove ci eravamo rifugiati. Noi ci salvammo,  ma la famiglia che stava con noi fu colpita in pieno e rimase sotto le macerie. Solo la madre di famiglia aveva la testa fuori e teneva ancora per mano la figlia. Gridava perché sentiva che la sua mano diventava sempre più gelata. Riuscimmo a tirar fuori la madre ma per la bambina e il padre non ci fu niente da fare.

        Dopo pochi giorni, esattamente il 17 febbraio 1944, Lanuvio fu colpita da un bombardamento ancora più forte. Morirono moltissime persone e tra questi anche mio fratello, mia cognata e due nipotini di 10 e 7 anni.

        Noi nel frattempo, eravamo andati a Roma e vivevamo in una camera e cucina affittate da una signora che viveva con noi. La signora aveva il marito militare e due figli della stessa età dei miei bambini.

        Tutti i giorni, all’ora di pranzo, ci mettevamo seduti e la figlia della signora correva sempre in braccio a mio marito, Forse perché vedeva in lui la figura del padre.

        Un giorno mio marito uscì ma fu preso dai Tedeschi che lo misero su un camion dove c’erano già altri dieci uomini. I Tedeschi scesero dal camion per prendere altri due uomini che, però appena li videro, scapparono.

        Qualche giorno dopo a Roma arrivarono gli Americani e i Tedeschi fuggirono. Mio marito era libero e ricorda che vide in una villa  un bel cavallo che alcuni Tedeschi cercavano di prendere. Alla loro vista, il cavallo si gettò per terra e non ci fu modo per i Tedeschi di farlo rialzare. Quando si arresero e se ne andarono, il cavallo si rialzò.

        Finita la guerra mio marito tornò a lavorare nei campi, c’era da mietere il grano ma non si potevano usare le macchine perché c’era il pericolo delle mine. Mentre passava per i campi vedeva spesso gli Americani morti distesi a terra, senza scarpe e senza orologio.

        In quel periodo si viveva in povertà, non c’erano case, i campi erano abbandonati, la gente era senza lavoro.

        Dove prima c’era la nostra casa, ora c’erano solo macerie, così fummo costretti ad andare a vivere dalla madre di mio marito, una casa con una camera e una cucina. Ci siamo stati per circa tre mesi, poi abbiamo preso una casa in affitto, anche questa abbastanza diroccata. Ma c’era gente che stava peggio di noi, viveva in capanne o in baracche.

        Le strade di campagna erano strette e con molte buche, invece nel centro storico c’erano strade con dei selci molto grandi. La strada di Santa Maria della Pace, che oggi è asfaltata, a quei tempi era selciata.

        I bambini frequentavano la scuola fino alla quinta elementare e utilizzavano giochi molto semplici tra cui: la corda, bambole di pezza, ecc."

(Testimonianza raccolta da Ilaria)

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L’uomo che ho intervistato è una tra le persone più anziane di Lanuvio. Si chiama Romolo ed ha l’incredibile età di 97 anni. E’ nato a Lanuvio nel 1904.
Il signor Romolo mi ha raccontato il periodo di tempo in cui ha vissuto l’orribile esperienza della Seconda guerra mondiale.

Quando cadde il governo fascista l’Italia era vista come nemica agli occhi dei Tedeschi, pertanto fu invasa subendo la stessa sorte di altre nazioni europee.

Qui la storia di Lanuvio divenne tragica perché i Tedeschi iniziarono a bombardare il paese con aerei da guerra. La torre, situata nella piazza centrale, fu occupata da soldati tedeschi, i quali, per mezzo di un ponte radio installato nella torre, trasmettevano l’esatta posizione geografica in cui si trovavano. In questo modo Lanuvio subiva numerosi bombardamenti aerei. Questi eventi bellici distrussero molte abitazioni tra cui anche la mia casa; questo costrinse me e la mia famiglia a stabilirci in una grotta.

A causa dell’ininterrotto bombardamento a cui era sottoposta la popolazione, gran parte delle famiglie furono costrette ad abbandonare le proprie abitazioni.

A Lanuvio persero la vita molte famiglie rimaste intrappolate nei rifugi sotterranei, dove caddero le bombe sganciate dagli aerei. Per questo motivo noi ed altre persone decidemmo di partire in direzione di Roma per trovare riparo, perché i Tedeschi non l’avevano bombardata.

Fuggimmo a piedi, senza denaro né cibo. Gli uomini caricavano sulle loro spalle i figli piccoli che non erano in grado camminare per chilometri e chilometri. Per raggiungere Roma impiegammo molto tempo e spesso eravamo costretti a buttarci a terra, all’improvviso, per evitare gli attacchi massicci di mitragliatrici aeree che sparavano sulla folla di persone dirette verso Roma. Molte persone caddero sotto il fuoco delle mitragliatrici. Noi fortunati che arrivammo a Roma, trovammo rifugio presso dei parenti.

In questo periodo erano tutti molto poveri, non c’era denaro perché non c’era lavoro.

Il pane si cuoceva in casa, i contadini che avevano la farina erano i più fortunati, perché avevano il pane tutti i giorni.

Tutte le altre persone avevano una tessera personale rilasciata dal Comune, con la quale avevano diritto a mangiare una minestra e un panino, ogni giorno.

La moneta di scambio di quel periodo si chiamava baiocco.

I bambini, nei momenti di tregua, amavano giocare con la corda, a nascondino, con palline e con soldatini di metallo.

Con i mattoni sparsi ovunque, resti delle case distrutte dalla guerra, venivano trasformati in carri armati che i bambini si divertivano a far camminare.

Le scuole furono interrotte quando scoppiò la guerra.Di solito si andava a scuola fino all’età di dieci anni, perché poi i bambini dovevano aiutare i genitori nel lavoro contadino.

Ricordo che, nel periodo in cui ero profugo a Roma, le truppe dell’esercito tedesco bombardarono il quartiere San Lorenzo a Roma. Pensai che ormai la guerra era arrivata anche a Roma e avevo paura di poter morire sotto i bombardamenti.

Un altro ricordo molto forte è quello quando, finita la guerra, la capitale fu attraversata dai carri armati dell’esercito americano. I soldati lanciavano sulla folla scatolette di carne e tavolette di cioccolata.

Tutta la gente gli correva dietro urlando :<< E’ finita la guerra!>>”.

(Testimonianza raccolta da Laura)

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Mio nonno Arduino, abitava a Cecchina ed è nato il 12 marzo del 1924.

Le abitazioni, durante il periodo della guerra, non erano ben fornite: non c’erano né bagni, né acqua potabile. L’acqua veniva presa dai pozzi e gli abitanti, anche se di malavoglia, la dovevano bere perché altrimenti morivano di sete.

        Gli abitanti non si lavavano molto spesso e le poche volte che si lavavano lo facevano male, perché l’acqua era sporca; così invece di lavarsi si sporcavano più di quello che erano prima.

        Le abitazioni erano tutte diroccate e  non c’erano né elettrodomestici , né energia elettrica, perciò si viveva male. Inoltre la luce si faceva mettendo, nel fondo delle lampade, il petrolio che poi veniva acceso con il fuoco. Queste lampade rimanevano accese finché non venivano spente con l’acqua; questo però era pericoloso perché, essendoci il petrolio, poteva uscire una fiammata e qualcuno avrebbe potuto bruciarsi.

        Nelle piazze, anche se c’era la guerra, facevano il mercatino della frutta, dei tessuti e delle scarpe. Le piazze erano distrutte, le strade erano piene di buche e molto strette, perciò solo l’asino senza carro riusciva a passare. Le strade non erano asfaltate tranne che in alcune città come Roma e Ciampino.

        Nella periferia c’erano molti negozi, ma gli mancava la merce. Per mangiare, quindi, bisognava coltivare la terra e ci voleva una tessera per prendere il cibo di prima necessità.

        Gli abitanti, naturalmente, vivevano male, ma anche essendo in gravi condizioni, erano tutti amici e si prestavano di tutto, persino i soldi, che in quel tempo erano non pochi, ma pochissimi!

        Gli abitanti vivevano in povertà, non solo per la guerra, ma anche perché i lavori erano miseri e solo pochissime persone vivevano discretamente. I lavori che si svolgevano di più erano nel settore dell’agricoltura e del commercio.

        I bambini giocavano con la mazzafionda, con la quale acchiappavano le lucertole e gli uccelli. Le bambine e i bambini meno vivaci, giocavano a correre, a bocce, a battimuro, a corda, a campana e a tanti altri giochi.

        I bambini di quel tempo facevano chilometri per andare a scuola; si frequentava fino alla terza o alla quinta elementare perché non c’erano i soldi per continuare gli studi.

        La cosa che mi è rimasta più impressa è quando, un giorno, mio zio stava litigando con un soldato tedesco e, finito il litigio, mentre se ne stava andando, il soldato si girò gli sparò.

        Un altro ricordo è lo sbarco di Anzio, me ne accorsi da alcuni spari; erano arrivati gli Americani!

(Testimonianza raccolta da Nico)

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Ho chiesto a mio nonno di raccontarmi qualcosa sulla Seconda guerra mondiale e con la mente rivolta al passato ha iniziato a parlare…

       Vivevo a Lanuvio che, in quel periodo, era un piccolo paese limitato al centro storico e qualche casetta sperduta nella campagna. Gli abitanti vivevano dei prodotti della terra, l’agricoltura era la sola attività praticata che consentiva un modesto tenore di vita.

        Ho frequentato la scuola fino a 11 anni e, durante il tempo libero, giocavo con i miei coetanei a mazza e pirolo, a ladri e sbirri, a nascondino, con la corda.

        I figli collaboravano con i genitori nei lavori agricoli senza essere dispensati dalle fatiche fisiche troppo pesanti.

        Ricordo lo sbarco di Anzio avvenuto il 22 gennaio e il bombardamento di Campoleone, le cannonate arrivarono fino al centro storico di Lanuvio e ci furono molti morti, compresa mia zia.

        Fummo costretti a ritirarci sotto le grotte fino al mese di maggio e, durante questo periodo, fu bombardato anche Lanuvio, con la conseguente morte di molti Lanuvini.

        Ricordo poi lo sfollamento per il quale ci furono concesse due ore di tempo, dalle ore 11:00 alle ore 13:00.

        Mio padre era stato preso dai Tedeschi, mio fratello più grande era fuggito con mio zio, io, mia madre, mio fratello e due miei zii, ci mettemmo in viaggio verso il campo di concentramento della Breda, accompagnati da Tedeschi delle SS.

        Dopo due giorni al campo di concentramento riuscimmo, in modo fortunoso, a fuggire.

        Restammo a Roma, da parenti, finché non arrivarono le truppe alleate”. 

(Testimonianza raccolta da Noemi)

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Mio nonno ricorda che i Tedeschi bombardavano tutto il paese, uomini, donne e bambini si rifugiarono nelle grotte dove si accudivano anche i feriti.

        Tante persone morirono, anche una cugina di mio nonno. Ricorda, inoltre,che durante uno di questi bombardamenti, salvò una donna con una bambina.

(Testimonianza raccolta da Sara)

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Sono andata al Centro anziani di Lanuvio e ho intervistato il signor Ubaldo, che è stato così gentile da raccontarmi i suoi ricordi degli anni della Seconda guerra mondiale.

        In quel periodo vivevo a Lanuvio in una casa di 40 metri quadrati che aveva il bagno sulle scale.

        C’era tanta povertà in giro a causa della guerra. La piazza era disastrata, le strade erano in pessime condizioni e le campagne erano coltivate a vigneti e a mais.

        Si lavorava soprattutto da contadini e da muratori; mentre i bambini, nei momenti di tranquillità, giocavano a tingolo (nascondino) e a palla.

        Ricordo che tra il 1943 e il 1944 tutta la popolazione di Lanuvio si rifugiò nelle grotte e nelle capanne”.

(Testimonianza raccolta da Sara)

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Ho intervistato mia nonna materna Elsa, nata il 1 ottobre del 1926 e mi ha raccontato qualcosa della sua vita, durante il periodo della Seconda guerra mondiale.

       A quei tempi vivevo a Lanuvio, le strade erano molto strette, ci passava solo il mulo. Le campagne erano più estese; la piazza era molto piccola, c’erano alcuni giardinetti; le abitazioni erano povere.

        La vita era molto breve, c’erano molte malattie incurabili. La povertà era tanta; era fortunato chi aveva un campo da coltivare.

        I bambini, a quei tempi, andavano a scuola fino alla quinta elementare. Quando si incontravano, giocavano a battimuro, a cavalletta, a nascondino, con la trottola, con il filo e con giocattoli di pezza.

        Un giorno, mio padre, nella cantina sotto casa, trovò alcuni Tedeschi addormentati sulla paglia. Avevano sfondato la porta nella notte perché, probabilmente, cercavano un posto caldo per dormire.

        Ricordo che ci trovavamo in campagna quando vedemmo lo sbarco degli Americani, ad Anzio. Dopo questo sbarco, i cittadini si rifugiarono nelle grotte.

        I Tedeschi trovarono molti di questi cittadini, per fortuna, noi eravamo andati ad abitare a Roma.

        Fu una gioia quando gli Americani arrivarono a Roma; tutta la gente scese in strada e li accolse con applausi”.

(Testimonianza raccolta da Tiziana)

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Ho intervistato Adelina B, nata nel 1920 a Calserosso, in provincia di Torino.

       Negli anni della Seconda guerra mondiale, abitavo a Torino dove le case erano fatiscenti, la piazza era molto piccola, le strade erano dei viottoli; la periferia era ancora più disagiata. La campagna era lontana e tutti dovevano raggiungerla a piedi.

        Nella città non c’erano tanti abitanti, tutti si conoscevano. Non c’erano centri per giocare e per fare sport; scarso era il cibo tanta la povertà.

        I bambini giocavano a nascondino, ai quattro cantoni; si facevano le palle e le bambole di pezza.

        Si lavorava nei campi e nell’artigianato.

        I fari delle macchine non illuminavano molto la strada, così quando i bombardieri vedevano una macchina, prendevano la mira e sparavano.

        Nella città mancava il sale, i Tedeschi qualche volta portavano il salgemma, che però era per lo più destinato a sciogliere il ghiaccio sulle strade e sulle ferrovie”.

(Testimonianza raccolta da Silvia)

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