ROMANA OPPIDA di Giacomo Lauri Volpi

Chi è nato in uno dei “Romana Oppida” – oggi, Castelli Romani – non dimenticherà mai la sua origine di romano autentico, tanto più che se fu educato al culto della romanità negli studi classici quando il latino non era oggetto di ostilità, come da parte della odierna gioventù studentesca. Chi scrive nacque all’estremo sud di quella chiostra di colline che ha per vertice Monte Cavo: tutta una zona, che Cicerone, nelle sue magniloquenti arringhe pro-Milone e pro-Murena, esaltava con religioso incanto nella sua luminosa e armoniosa prosa. Lanciandosi contro il turpe e scellerato Clodio, esclama: “Vi invoco a testimoni, o sacri colli e boschi albani, e voi abbattuti altari di Alba, e tu, o sommo Giove Laziale, i cui laghi e cui boschi e le cui terre egli aveva insozzato, dall’alto del tuo monte hai infine aperto gli occhi per punirlo”.

Milone era dittatore a Lanuvio, dov’era andato ad eleggervi il flamine. Nel ritorno verso l’Urbe, presso Boville (oggi Frattocchie) si scontrò con la banda di Clodio, il quale, nella zuffa cadde ucciso.

Lanuvio era insigne per il tempio di Ercole, ove il Nume, per bocca dei suoi sacerdoti, chiamava i figli di Lanuvio “Semente di un nuovo mondo”. Non meno insigne fu per il tempio di Giunone Salvatrice; e Cicerone, nella perorazione pro-Murena, convince i giudici con le commosse parole: <<Conservate a Murena l’ufficio assegnatogli per quell’onorando municipio di Lanuvio, i cui concittadini vedeste mesti affollarsi a lui d’intorno. Non vogliate soprattutto sottrarre alle celebrazioni locali in onore di Giunone Salvatrice – che è dovere di ogni console adempiere – proprio il “console concittadino>>.

Dunque, Murena, l’eroico collaboratore di Lucullo nella conquista dell’Asia Minore, era di Lanuvio. Dunque, i  templi di Lanuvio erano venerati da tutto il Lazio e le massime magistrature dovevano recarvisi a onorare i Numi protettori dell’Urbe.

E mi sia lecito ricordare che a Lanuvio nacque il primo filologo di Roma, cui si ispirò Terenzio Marrone. E a Lanuvio nacquero Antonino Pio e il grande attore Roscio, “bello come un Dio”.

Il vincitore di Lepanto Marcantonio Colonna, comandante delle galee pontificie di Pio V, anch’egli aprì gli occhi alla luce del giorno a Lanuvio.

Ricordo questi particolari perché il mio paese natio sembra sia stato condannato all’ostracismo dall’attuale pubblicità turistica, mentre altri castelli romani, meno antichi e meno sacri al culto dei nostri avi romani, ricevono maggiore attenzione e più attive sollecitudini da parte dei compilatori di guide.

A me che vivo fuori del mio paese, l’immagine di Roma, cinta della corona dei “sacri boschi e colli albani”, è sempre presente nella memoria fedele, e una specie d’orgoglio mi prende al suo apparire, leggendo le commosse parole di Marco Tullio che, pure, non era dei Castelli, ma della “ciociara” Arpino e in “Ciociaria”, a Formia, fu decapitato da un liberto, suo discepolo beneficato. La Dea Roma egli portava nei recessi della sua coscienza di romano, amante della libertà e dell’onestà. E agli “Dei Immortali” si rivolgeva incessantemente, nelle sue stupende concioni “gratuite”, a favore dei suoi patrocinati, perché proteggessero l’Urbe contro i nemici interni ed esterni. Aveva nel cuore quei colli albani, quell’Alba madre di Roma, attraversati dalla via Appia che l’infame Clodio aveva profanata, dimenticando la gloria dell’antenato, Appio Claudio cieco, che l’aveva costruita da Roma a Brindisi per agevolare i contatti con l’Oriente.

Tutte memorie, che mi tornano in mente. Osservando l’incuria della presente generazione verso tutto ciò ch’è sacro, tradizionale, augusto; tutto ciò ch’è romano e radicalmente laziale, da cui è derivata la civiltà dell’Occidente.

All’estero, certe cose si sentono di più, e si rievocano fatti e figure d’altri tempi in contrasto con la mediocrità rigurgitante della così detta “civiltà di massa”, che, a somiglianza della manzoniana falce “pareggia tutte le erbe del prato”.